Somalia: Africa

CLAUDIO PACIFICO. Somalia. Ricordi di un mal d’Africa italiano, Città di Castello, Edimond SRL, 1996, pp. 572.

Prendendo le mosse dal drammatico abbandono da parte della nostra rap- presentanza diplomatica e dall’ultimo consistente nucleo di nostri connazionali da Mogadiscio il 12 gennaio 1991, la cronaca ripropostaci dall’ambasciatore Pacifico ripercorre poi a ritroso, come in un lucido flashback, la travagliata storia della Somalia a partire da quel decennio 1950-1960 di Amministrazione Fíduciaria affidata dall’ONU all’Italia col compito preciso di preparare e condurre quella nostra ex colonia fino all’ambìto traguardo dell’indipendenza.

Ad iniziarlo alla conoscenza della Somalia e alla vera natura dei Somali – allorché Claudio Pacifico apprese d’essere stato destinato alla Sede di Mogadiscio – fu l’ambascíatore Luigi Gasbarri; e bisogna dire che scelta più felice non poteva darsi. Perché, a parte le sue precedenti esperienze maturate in terra somala, Gasbarri aveva vissuto ai più alti livelli l’intero decennio dell`AFIS fino alla scadenza del Mandato e all’alzabandiera che segnava la nascita del nuovo Stato ch’egli a buon diritto chiamava «la sua seconda patria». A un mèntore così straordinario, Pacifico poteva affidarsi con la certezza di poter penetrare a fondo i segreti, le qua- lità e í difetti di quelle genti. Gasbarri non riconosceva, ad esempio, ai somali una spiccata propensione a dire la verità, sicché «se qualche volta la dicono – se ne usciva scherzosamente – e solo perché hanno avuto un momento di distrazione». Mente essenzialmente costruttiva e uomo dei fatti, Gasbarri detestava quanti cer- cavano invece di distinguersi nella Caccia ai misfatti, ch’è sempre arte facile ma meno nobile.

1960-1969: un lungo e incoraggiante interludio di democrazia parlamentare, percorso però da qualche sussulto premonitore e dal primo fallimento della quasi ossessiva rivendicazione del territorio dell’Ogaden. Si arrivava così, nell’ottobre 1969 all’assassinio del presidente somalo Scermarche e all’avvento sulla scena dei militari con conseguente assunzione del potere da parte di Siad Barre, patrono d’una «Rivoluzione d`Ottobre>> dagli accenti tanto declaratori quanto velleitari per un Paese come la Somalia; e cioè: socialismo scientifico, lotta decisa al tribalismo, realizza- zione d’una unità nazionale. E in fondo (o in cima) a questa sorta di ipotetico miraggio, il ridondante obiettivo d’ogni uomo-guida e patriota somalo: il riscatto dell’Ogaden da perseguire con ogni mezzo, guerra compresa, contro l’usurpatore etiopico.

Sono anni di esaltazione per Siad Barre: la cooperazione italiana è generosa; la sua scelta ideologica lo fa sentire forte e ben protetto alle spalle; non c’è più mo- tivo per indugiare di fronte al suo disegno rivendicativo. Ma questa sfrenata ricer- ca di gloria gli sarà fatale. Per un insieme di clamorosi colpi di scena e di volta- faccia anche a livello ideologico intemazionale, la sua avventura per l’Ogaden finirà infatti per risolversi in una disastrosa disfatta con conseguenze irreparabili per il prestigio fino allora ben saldo di Siad Barre. Come d’incanto si svuoterà ogni sua autorità, ogni suo ambizioso programma anche ideologico a livello nazionale e si as- sisterà al ritorno d’una ancor più faziosa polverizzazione tribale.

Nel mezzo di questo sconfortante scenario sarà destinato a calarsi il consigliere Pacifico che nel suo primo incontro con Siad Barre a Villa Somalia, nel marzo 1987, avrà il conforto d`essere affiancato proprio dall’ambasciatore Gasbarri. Quella prima visita se non sorprese il navigatissimo Gasbarri, dovette invece sconcertare un po’ l’attento ma meno smaliziato Pacifico. L’ambiente e il clima in cui si muoveva Barre era infatti quello d’un uomo ferito che non vuole arrendersi e cerca di eludere le drammatiche realtà che lo fronteggiano. E vero ch’egli ha saputo reprimere ancora con durezza il tentativo di golpe ordito da ufficiali migiurtíni do- po la rotta dell’Ogaden, ma è anche vero ch’era ormai crollato il pilastro basilare del suo programma rivoluzionario: quello di modellare cioè una nazione all’ìnsegna antitribalismo e dell’unione di tutte le genti somale. Le rivalità, gli odi, le lotte erano riesplose con una virulenza ancora maggiore, come se il malefico gene etnico avesse espresso una forza endemica non più controllabile e destinata a generare solo la funesta schiatta dei «signori della guerra».

D’altro canto che, nel brutale impatto con questa anomala realtà, il nostro diplomatico chiamato ad operare come intermediario d’una pace impossibile, avesse prestato un’attenzione particolare ai temi antropologici e culturali del tribalismo somalo rifacendosi a Studiosi come Cerulli, Colucci, Lewis, stava a testimoniare com’egli avesse ben individuato la matrice e la vera chiave di lettura d’un dramma privo di soluzioni miracolose.

In effetti già nella fase di orientamento Claudio Pacifico aveva considerato improbabile un ritorno del Paese ad una qualche forma di più trasparente democrazia, ma aveva al contrario previsto che «l’integrità territoriale e l’unitarietà politica della Somalia si sarebbero potute disintegrare in una miriade di partiti tribali e che il Paese: sarebbe potuto cadere in un prolungato stato di caos e guerra civile» (p. 122). Una diagnosi tutt’altro che fausta ma che non poteva sfuggire ad un osservatore sensibile e tanto carico di responsabilità gravi e dirette.

Siad Barre restava un dittatore sconfitto ma tuttavia ancora in grado di de- streggiarsi tra falchi e colombe, tra buoni e cattivi, e con due soli movimenti antagonisti per ora da fronteggiare: il migiurtino «Somali Salvation Democratic Front» (SSDF) e il «Somali National Movement» (SNM) dell’etnia Isaq dell’ex Somaliland britannico. Ignorato se non addirittura osteggiato dall`Occidente. Siad Barre pote- va peraltro contare ormai solo sull’appoggio dell’Italia, la cui politica interna e internazionale era in quegli anni una specie di monopolio craxiano-andreottiano con riflessi diretti anche sui Paesi del Corno d’Africa, sicché la Somalia era considerata «riserva» del PSI e l`Etiopia della DC; e la stessa cooperazione (colorita di corruzione) seguiva l’identica ambigua falsariga.

Menghistu e Barre: due dittatori di ascendente e forza diversi, anche se am- bedue alle prese con opposizioni armate al loro interno. Siad Barre riteneva suo diritto ottenere, non importa come, aiuti sempre più consistenti dando in compenso qualche segno di vitalità. Così egli riusciva: a) a sanzionare una «pace tribale» con l’etnía migiurtina e quindi col SSDF; b) a dar vita, proprio alla fine del 1987, a un nuovo governo d’orientamento più moderato e con parvenze più democratiche; c) a celebrare e a concludere due importanti processi (l`uno contro esponenti religiosi, l’altro contro esponenti del regime), ambedue risoltisi con dure condanne anche capitali, seguite poi da magnanime concessioni di grazia, aventi un chiaro effetto di stensivo. <