Antartide – Le ragioni della presenza italiana

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LE RAGIONI DELLA PRESENZA ITALIANA IN ANTARTIDE Dì Claudio Pacifico 30 maggio 2006

PREFAZIONE

Fra le molteplici competenze della Direzione Generale per i Paesi dell ‘Alsia, dell’Oceania, del Pacifico e per l’Antartide, le tematiche antartiche potrebbero, a prima vista apparire secondarie o residuali. Si tratta invece di un ambito di azione nel quale si concentrano alcune caratteristiche che ne fanno una questione privilegiata di trattazione politico-diplomatica.

L’Antartide è infatti in sé una questione internazionale retta da un sistema di norme che creano un regime assolutamente unico e che richiede ai Paesi membri del trattato Antartico di essere insieme i garanti ed i destinatari di tale regime “condiviso”. L’ltalia, Parte Consultiva del trattato Antartico, è dunque uno dei protagonisti di questo felice esperimento diplomatico di ‘internazionalizzazione’ di una questione a lungo controversa.

Spazio di azione diplomatica per eccellenza, oltreché importantissimo luogo privilegiato di ricerca scientifica, l’Antartide merita dunque di essere meglio conosciuto e di uscire dalla ristretta cerchia degli addetti ai lavori, ricercatori o diplomatici che siano.

Non posso dunque che esprimere viva soddisfazione per il grande successo di pubblico che il Seminario su Le ragioni della presenza italiana in Antartide che abbiamo organizzato presso l’Istituto Italiano per l ‘Aƒrica e l ‘Oriente il 30 aggio 2006 ha conosciuto. E, nel ringraziare l ‘IsIAO per la cortese disponibilità nell’ospitare il Seminario, desidero innanzitutto estendere un ringraziamento all ‘Ambasciatore Arduino Fornara, che rappresenta l ‘Italia in tutti i principali consessi internazionali nei quali si discute di Antartide, a cominciare dalla riunione annuale delle Parti Consultive, al Capo e Vice Capo dell’Ufficio II, Cons. Amb. Giuseppe . Mistretta e Cons. Leg. Nicolò Tassoni Estense per lo straordinario lavoro preparatorio svolto.

Il successo di pubblico del Seminario riflette probabilmente il grande fascino esercitato su ognuno di noi dal ‘Sesto Continente’.

Parte del fascino deriva sicuramente dall ‘epopea della grande ed avventurosa stagione delle esplorazioni al Polo Sud, iniziata con Cook, che per primo taglio il Circolo Polare Antartico nel 1773, proseguita con il russo Von Bellingshausen, che nel 1820ƒu il primo ad avvistare la costa antartica, e con Ross, che negli anni tra il 1839 ed il 1843 avvistò la Terra Vittoria, scoprendo una grande insenatura, oggi a lui intitolata e sulle cui coste si trova la Stazione italiana di Baia Terra Nova. Leggendaria la drammatica avventura della nave belga di Adrien de Gerlache, che era rimasta intrappolato per 377 giorni, tra il 1897 e il 1899, tra i ghiacci ed il cui equipaggio era sopravvissuto mangiando carne di foca e di pinguino e rivestendo con le pelli di questi animali la chiglia della nave.

La prima base permanente in Antartide fu impiantata dal norvegese Borchgrevink nel 1899, meno di ottant’anni dopo l’avvistamento del Continente.

Fu l ‘inizio di un secondo capitolo, altrettanto avventuroso: quello della conquista del Polo Sud. Protagonisti’, alla ƒine del 1911, furono la spedizione inglese comandata da Robert Scott, e quella norvegese, guidata da Roald Amandsen, che si era organizzato in segreto e che, appena partito alla volta del Polo, inviò un messaggio al rivale inglese, che si trovava ancora in Nuova Zelanda: ‘Dirigo a Sud. Amundsen’. Il Polo fu conquistato da Amundsen che, utilizzando cani da slitta, lo raggiunse il 14 dicembre 1911. La Spedizione di Scott, ƒunestata da cattive condizioni meteo raggiunse il Polo solo il 18 gennaio 1912. Scott e i suoi uomini morirono sulla via del ritorno, sorpresi dall’inverno; le loro sofferenze sono documentate nel diario di viaggio di Scott, dove l ‘ultima 6 annotazione porta la data del 29 marzo. I loro corpi congelati furono ritrovati solo otto mesi più tardi.

Altre Spedizioni sono poi rimaste nell’immaginario collettivo, quali esempi di abnegazione e coraggio eccezionale. Sir Ernest Skackleton nel 1914 salpò verso l’Antartide a bordo dell ‘Endurance per attraversare via terra il continente da ovest a est, ma la nave rimase intrappolato nei ghiacci del Mare di Weddell e, per 10 mesi, venne trascinata verso nord-ovest dalla deriva del pack. Il 21 novembre del 1915 la nave sproƒondò nel ghiaccio, costringendo Sliackleton e alcuni compagni a raggiungere con una scialuppa la Georgia del Sud, riuscendo poi a tornare per salvare il resto dell ‘equipaggio.

Molte delle località geografiche dell ‘Antartide ricordano oggi i nomi di quegli avventurosi pionieri, che hanno conquistato uno degli angoli più impervi ed ostili del globo.

Gli Atti qui pubblicati costituiscono un piccolo ma significativo contributo alla diffusione e ad una miglior conoscenza della questione antartica e degli interessi italiani ad essa collegati e si inseriscono nel solco di una crescente attenzione per tali questioni, testimoniata anche, ad esempio, dall ‘importante seminario congiunto italo-franco-americano dal titolo ‘La Scienza ai Poli svoltosi, nel maggio di quest’anno, presso l ‘Ambasciata d’ltalia a Washington e con cui si è messa in valore la collaborazione scientifica ƒra Italia, Francia e Stati Uniti, anche in prospettiva dell ‘Inno Polare Internazionale’, che si celebrerà nel 2007-2008.

In un momento nel quale ancora si registrano differenze di metodo e di impostazione fra Amministrazioni italiane coinvolte a diverso titolo nella gestione di specifiche tematiche connesse all ‘Antartide, questi eventi, che dimostrano il vivo interesse della società civile per il tema antartico, dovrebbero costituire uno sprone per tutti per cercare di affrontare con lungimiranza e consapevolezza degli interessi in gioco le questioni ancora pendenti. L’Italia deve infatti dotarsi di tutti gli strumenti legislativi e amministrativi necessari a consentirle di presentarsi da protagonista sul tavolo delle trattative, forte dell ‘elevatissima qualità del suo programma di ricerche scientifiche in Antartide e del suo approccio costruttivo alle questioni giuridiche che il Trattato Antartico pone.

Anche a tal fine, un Seminario come quello che abbiamo organizzato può aiutarci a meglio capire le interrelazioni fra tali diversi aspetti e, dunque, a rispondere in maniera sempre più efficace e lungimirante alle sfide che il ‘Sesto Continente’ e la sua gestione internazionale ci pone.

È per tale motivo che sono particolarmente grato agli oratori che hanno preso la parola nel corso del nostro Seminario, a cominciare dal Sottosegretario agli Affari Esteri Senatore Gianni Vernetti, che ci ha assicurato il suo importante appoggio politico affinché le tematiche antartiche non vengano relegato in secondo piano, nonostante le ben note difficoltà che derivano dalla situazione generale delle pubbliche finanze del nostro Paese. Ma sono altresì grato ai colleghi Ambasciatori di Nuova Zelanda, Argentina ed Australia, che ci hanno presentato l’Antartide dalla loro prospettiva, consentendoci utilissimi paragoni e ƒornendoci spunti di estremo interesse per il nostro dibattito interno sugli strumenti legislativi e le competenze amministrative necessarie ad una ottimale gestione sul piano interno delle tematiche antartiche. Un ringraziamento particolare va naturalmente agli illustri scienziati e ricercatori presenti, a cominciare dal Prof. Carlo Alberto Ricci, che ci ha fornito una quanto mai esaustiva ed appassionante presentazione delle innumerevoli attività scientifiche poste in essere nel quadro del Programma Nazionale di Ricerca in Antartide, cosi come alle Proƒessoresse Sciso e Vigni che ci hanno introdotto alle complesse e delicate questioni giuridiche aperte dal Trattato Antartico e dai suoi Protocolli.

Ringrazio infine l’Ambasciatore Luigi Vittorio Ferraris, che, con grande competenza anche in questo specifico settore, si è prestato al compito di moderare il Seminario.

Roma, settembre 2006
Claudio Pacifico

Claudio Pacifico: Le necessità di un coordinamento interistituzionale delle attività a risvolto internazionale legate all’antartide

Signor Sottosegretario, Signori Ambasciatori, gentili ospiti,

ringrazio tutti voi partecipanti a questo Seminario, nonché l’IsIAO ed il suo Presidente Gherardo Gnoli, con cui abbiamo ormai una consuetudine di collaborazioni di questo genere. Sono grato inoltre a tutti i relatori che oggi ci intratterranno sul tema antartico, ma permettetemi un ringraziamento particolare al nuovo Sottosegretario agli Affari Esteri Sen. Gianni Vernetti, che ci ha onorato della sua presenza e che, se non mi sbaglio, con questo impegno celebra la sua recentissima nomina.

Mi è particolarmente gradito sottolineare come pur su di un terna che non riveste stringente priorità, quale quello dell’Antartide, vi sono tuttavia numerose e significative iniziative italiane in corso. Solo cinque giorni fa se ne è svolta una analoga all’odierna dal titolo ‘La Scienza ai Poli presso l’Ambasciata d’Italia a Washington, con cui si è messa in valore la collaborazione scientifica fra Italia, Francia e Stati Uniti, anche in prospettiva dell’Anno Polare Internazionale’ che si celebrerà nel 2007-2008.

Oggi abbiamo qui riunito i massimi esperti in materia antartica, sotto un profilo internazionalistico e politico, sotto l’aspetto scientifico e della ricerca, sotto quello giuridico, nonché per quanto concerne la protezione dell’ambiente, con l’intenzione di recare anche per questa via un valido contributo alla riflessione in corso su come rendere più efficace e visibile Fazione italiana in Antartide.

È con grande lungimiranza che, venticinque anni fa, il nostro Paese decise di entrare a far parte del sistema antartico aderendo al Trattato di Washington nel 1981. Fu in primo luogo una scelta politica effettuata nella consapevolezza che il Trattato è l’accordo multilaterale su cui si basa tutto il regime di internazionalizzazione del continente antartico. Infatti, con tale strumento normativo si cerca di salvaguardare il territorio antartico, sospendendo le pretese territoriali degli Stati, a favore di un sistema in cui tutti i Paesi membri del Trattato possano esercitare attività di ricerca e cooperazione, esprimere la loro opinione in merito alle attività di sfruttamento delle risorse e, in sostanza, continuare a decidere insieme delle sorti del Continente.

Per 1’Italia, essere una delle 28 ‘Parti Consultive’, tra i 45 membri del Trattato, significa vedersi riconosciuto uno status eguale a quello degli altri Paesi maggiormente impegnati in Antartide (compresi i Paesi che continuano a vantare pretese territoriali) e discutere con loro su base di parità. Si tratta di un risultato che possiamo considerare con orgoglio, ma che soprattutto ci deve rendere consapevoli delle responsabilità che incombono sul nostro Paese. Responsabilità che non si limitano all’importantissima attività di ricerca dei nostri scienziati, ma che implicano altresì una capacità, in particolare da parte del Ministero degli Esteri, di farsi vettore di tali importanti attività anche sul piano della nostra presenza politico-diplomatica. L’Italia ha dunque la possibilità di giocare un ruolo rilevante per ciò che concerne la definizione della politica dell’area antartica. Il Trattato infatti prevede un continuo e costante rapporto di coordinamento e di scambio di informazioni e di pareri fra tutte le Parti Antartiche, attraverso i rispettivi Ministeri degli Esteri.

Da questa breve panoramica storica si può comprendere come sia essenziale, da un lato, la definizione delle politiche di tutela e di sfruttamento regolamentato dell’Antartide di concerto con tutti gli Stati Parte, e, dall’altro, come vada svolto dal Ministero degli Affari Esteri il ruolo di tenere le relazioni diplomatiche con le Parti in modo da giungere a una linea comune per la gestione antartica.

Fatte queste premesse, il Ministero degli Esteri ha dunque indetto questo Seminario per cercare di approfondire, insieme ad una serie di ‘protagonisti’ sul tema dell’Antartide, alcune questioni importanti relative a tale vasto territorio.

Uno dei problemi più rilevanti da porre oggi sul tappeto è quello della mancata attuazione con norme ad hoc nel nostro ordinamento del Protocollo di Madrid e dei suoi Annessi, che riguardano principalmente la protezione ambientale e che sono parte integrante del Trattato Antartico del 1959. È questa la prima inadeguatezza a cui dovremo al più presto porre rimedio, ma poiché abbiamo qui due illustri giuriste, le Professoresse Sciso (dell’Università LUISS di Roma) e Vigni (del1’Università di Siena), che da tempo seguono con competenza e passione le tematiche antartiche, lascerò a loro di entrare più nel dettaglio di tale problema.

A causa di tale mancata interiorizzazione del diritto internazionale, a tutt’oggi non esiste, per la mancanza di previsioni ad hoc, un Ente ben definito e riconosciuto incaricato di emettere le previste Autorizzazioni allo svolgimento di attività italiane in Antartide (con tutte le eventuali responsabilità che ne possono discendere a livello internazionale al nostro Paese in caso di danni causati durante lo svolgimento di attività irregolari).

In tale contesto, il Ministero degli Esteri, coerentemente con il suo tradizionale ruolo istituzionale, intende continuare a dare il proprio contributo per un migliore dialogo fra i Ministeri italiani competenti sulla questione antartica e per una maggiore efficacia della nostra azione 19 in quella regione. Mi pare essenziale sottolineare che non è, e non può essere intenzione del MAE, sostituirsi ad altre Amministrazioni nelle loro rispettive funzioni.

Occorre al contempo sottolineare che la nostra presenza in Antartide ha un valore anche in una prospettiva politica e strategica di lungo respiro, e di più ampia portata, soprattutto dopo la firma del Protocollo di Madrid sulla protezione ambientale, che ha implicazioni importanti nelle relazioni internazionali fra Stati.

Ed infatti, a seguito di una laboriosa indagine che abbiamo condotto con il contributo delle nostre Ambasciate accreditate nei Paesi firmatari del Trattato Antartico è emerso che, tranne in pochissimi Paesi dove vigono situazioni originali (cito il Brasile, dove l’ente coordinatore è la Presidenza della Repubblica, o l’Uruguay, dove gran parte del raccordo operativo è effettuato dal Ministero della Difesa), in tutti gli altri Paesi il Ministero degli Esteri svolge un compito di coordinamento, raccordandosi operativamente con le varie Istituzioni competenti. Ed è proprio questo l’obiettivo sul quale la Farnesina intende dare il proprio qualificato contributo, favorendo la creazione di circuiti stabili di comunicazione fra Amministrazioni ed Enti competenti, in grado di consentire un confronto di idee soddisfacente e continuativo, ognuno per la sua parte, ma anche per quanto attiene agli aspetti di comune trattazione.

Permettetemi di sottolineare che l’Antartide, per quanto soggetto a rigide regolamentazioni, è pur tuttavia un territorio, anche se non sovrano, su cui si appuntano interessi, ambizioni, piani di sviluppo, e si conducono studi e ricerche. È impensabile che la scienza e la tecnologia, soprattutto in un contesto ‘globale’ come questo, non abbiano, anche in prospettiva futura, delle importanti ricadute di ordine strategico e politico. Ed anche le ricerche in sé e per sé, possono definirsi ‘politiche’ nel senso più nobile del termine, poiché interessano direttamente o indirettamente i cittadini ed hanno un impatto sulla vita della comunità.

Si tratta quindi di valorizzare meglio in un contesto internazionale la nostra azione, per partecipare più incisivamente e da global player a tutti i consessi internazionali in cui l’argomento Antartide viene in discussione; ma bisogna altresì osservare attentamente ciò che gli altri Stati e gli altri protagonisti internazionali fanno o intendono realizzare in futuro in Antartide. Riteniamo che si tratti di un compito importante attribuito al Ministero degli Esteri.

Dobbiamo inoltre riuscire a conoscere meglio, con il contributo delle altre Amministrazioni, ciò che esse realizzano in Antartide, per valorizzare l’azione italiana e per dare anche un orizzonte strategico, di scelte operative, alle varie iniziative.

Proprio nel Seminario tenuto presso l’Ambasciata a Washington si è celebrata anche la collaborazione fra Italia e Francia nella base scientifica “Concordia”. Sono esattamente queste collaborazioni, pacifiche ed in grado di far progredire l’umanità, che il Ministero degli Esteri può riuscire a valorizzare meglio in un contesto internazionale, come ha fatto l’Ambasciata a Washington con il suo Seminario di alcuni giorni orsono. Ed è così che cerchiamo di fare anche noi, oggi, attraverso questa iniziativa, poiché si tratta di realizzazioni che recano prestigio all’immagine italiana nel mondo.

Ciò che è successo in materia di pesca, dove il relativo diritto è stato riconosciuto e viene esercitato, seppur con alcune limitazioni, potrà riguardare sempre più in futuro anche altri settori economici, a cominciare dal turismo. Ulteriori e differenti problemi si pongono in prospettiva, come il progressivo scioglimento dei ghiacci, le conseguenze di ciò sull’ambiente, la gestione comune di tale importante fenomeno.

Si tratta di questioni su cui l’Italia, al pari delle altre Parti contraenti del Trattato Antartico, dovrà dire la sua, non in maniera disomogenea e disarticolata, ma con una chiara visione delle esigenze nazionali e di quelle globali.

In tale cornice, che non è particolarmente remota e futuristica, siamo tutti chiamati a lavorare insieme.

L’Antartide rappresenta uno di quei pochi, felici esempi virtuosi, nelle relazioni fra Stati, in cui questi ultimi, invece di lottare e combattersi per il possesso territoriale e per il controllo delle risorse minerarie ed energetiche, hanno invece posto in essere una amplissima cooperazione internazionale per sospendere le pretese territoriali e per salvaguardare le risorse, o mettere in comune quelle utilizzabili.

Le Amministrazioni italiane, il Ministero degli Esteri, gli esperti ed i ricercatori, cioè tutti i ‘protagonisti’ italiani in materia antartica portano insieme la responsabilità della preservazione di tale patrimonio naturale ed ambientale e della prosecuzione di questo felice esperimento geopolitica.

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